Grande guerra: le “Ruby” per gli ufficiali del regio esercito

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Grande guerra: le “Ruby” per gli ufficiali del regio esercito

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Nell’ambito delle armi individuali utilizzate dal regio esercito italiano durante il primo conflitto mondiale, un posto tutto particolare meritano le pistole cosiddette “Ruby”: con tale termine si intendono quelle semiautomatiche di formato medio e tascabile, calibro 7,65 mm, ispirate in gran parte alle soluzioni tecniche concepite negli anni precedenti da John Moses Browning e vendute da una miriade di piccole e medie aziende della penisola iberica (in particolare dell’area basca) ai governi dell’Intesa (Francia soprattutto, ma anche, appunto, Italia). Queste armi sono particolarmente significative sia per l’elevatissimo quantitativo prodotto e impiegato operativamente, sia perché, nella loro semplicità e razionalità, presentano soluzioni tecniche che sono state prese a esempio dai progettisti delle aziende “di nome” nei decenni a venire. Tra cui, il grande Tullio Marengoni della Beretta! Ecco, allora, come in occasione del centenario dell’ingresso dell’Italia nella grande guerra, si presenti l’occasione per nobilitare questo tipo di armi, che soprattutto nel secondo dopoguerra è stato oggetto di un vero e proprio disprezzo iconoclasta da parte di molti collezionisti.

Una brutta aria…
Con lo scoppio delle ostilità, il 28 luglio 1914, la Francia al pari degli altri Stati si trovò coinvolta in un conflitto con caratteristiche assolutamente particolari, mai rivelatesi prima d’ora: in poche settimane, infatti, la guerra di movimento (tipica del secolo precedente) si trasformò in una guerra di posizione, fatta di trincee e camminamenti, lunghe attese, assalti e contrassalti per guadagnare o perdere, anche più volte in una manciata di ore, solo pochi metri di terreno.

La “guerra di trincea” aveva visto moltiplicare il numero dei soldati impiegati: l’esercito francese passò brevemente da 800.000 a 3.500.000 uomini, conseguentemente la produzione industriale fu sottoposta alla massima pressione per consegnare adeguati quantitativi di fucili con baionetta e mitragliatrici, lasciando ben poche risorse alla produzione di armi corte. Inoltre, particolare non di poco conto, dopo l’occupazione da parte dell’esercito tedesco della parte Nord-Est della Francia e del Belgio, l’unica fabbrica d’armi rimasta in mano francese era la Manufacture d’armes de Saint Etienne, la quale produsse, in parallelo alle armi lunghe destinate alla fanteria, il revolver regolamentare Modello 1892, in quantitativi assolutamente poco significativi per quanto richiesto dalla dimensione del conflitto.

Per soddisfare questa imperante necessità di armi da fianco vennero “rispolverati” i vecchi revolver Modello 1873 calibro 11 mm, robusti e tutto sommato affidabili, che servirono solo brevemente ad arginare la richiesta di pistole; nel frattempo, i vertici militari francesi si rivolsero a quei Paesi non impegnati nel conflitto che potessero fornire un valido supporto per l’approvvigionamento di armi corte.

Dopo l’acquisizione di qualche migliaio di pistole Colt, molto ben fatte ma costose (e che dovevano comunque affrontare una traversata dell’Atlantico, con i tempi e i rischi connessi al lungo viaggio), le autorità francesi concentrarono altrove la loro attenzione per soddisfare questo fabbisogno sempre più crescente. Ma dove? Il Belgio, la cui produzione armiera poteva essere una valida soluzione era passato in mano al nemico…

Si decise pertanto di rivolgersi alla confinante Spagna che tra l’altro, particolare da non sottovalutare, era rimasta neutrale. La zona Nord del territorio spagnolo, in particolare le province basche di Vizcaia e Gipuzcoa, grazie alla presenza di numerosi giacimenti di ferro, era interessata dalla produzione delle armi da fuoco fin dal XVI secolo. Più precisamente nella Valle del Deba si era concentrata, nei secoli, una moltitudine di piccole aziende che negli anni immediatamente precedenti il conflitto si distingueva per la produzione di revolver economici, in pratica contraffazioni dei modelli coevi presentati da Colt e Smith &Wesson, e di piccole semiautomatiche con funzionamento di derivazione Browning 1906, sia in calibro 6,35 sia in 7,65 mm. Tra queste ultime, spicca il cosiddetto modello “Victoria” che la Esperanza y Unceta di Guernica (nota in seguito con il nome di Astra) produceva fin dal 1911, capofila di una miriade di cloni proposti dagli altri produttori dell’area.

La qualità di queste pistole era molto variegata: a fianco di armi robuste e ben realizzate si potevano trovare prodotti mediocri, poco durevoli. Proprio per cercare di smorzare la fama, spesso negativa, che accompagnava queste produzioni, i fabbricanti spagnoli, ben consapevoli dei loro prodotti, ricorrevano frequentemente all’utilizzo di nomi altisonanti ed “esotici”, come Buffalo, Imperial, Fiel, Destroyer, Titan, Grande Precision, Victoria, Premier…In alcuni casi venivano addirittura appositamente creati loghi che, per la loro foggia, potessero generare confusione con marchi ben più blasonati.

Le aziende spagnole che producevano queste armi in molti casi erano composte addirittura da soli quatto o cinque operai, le cui fabbriche sarebbe più opportuno definire “laboratori artigianali”, malgrado ciò seppero cogliere al volo l’affare che la guerra appena scoppiata presentava.

La commissione militare francese, alla disperata ricerca di armi corte, ritenne idonea una pistola semiautomatica proposta dalla Gabilondo y Urresti e commercializzata con il nome di “Ruby”: la linea generale era ancora ispirata a quella della Victoria del 1911, ma l’impugnatura era stata allungata al fine di accogliere un caricatore più capiente (9 colpi anziché 7) ed era stato studiato un differente sistema per il disconnettore, azionato dal carrello e non più a scappamento. Nel maggio 1915 fu, pertanto, stipulato un contratto di fornitura per l’esercito francese di 10.000 armi al mese, passate dopo soli tre mesi a 30.000 e, alla fine del 1915, a 50.000.

La Gabilondo y Urresti non aveva minimamente la capacità produttiva per fronteggiare una commessa del genere: per non lasciarsi sfuggire un contratto così importante, decise perciò di affidarsi all’ausilio di altre quattro società a cui subappaltare la produzione: la Hijos de Angel Echeverria y Cia, la Iraola Salaverria y Cia, la Echealasa y Vincinai y Cia di Eibar e la Armeria Elgoibaresa y Cia di Elgoibar. La Gabilondo y Urresti chiese a ognuna di queste aziende una produzione mensile di 5.000 armi che insieme alle 10.000 prodotte dalla stessa Gabilondo, sarebbero state spedite ai francesi.

Il contratto prevedeva una penale per ogni pistola che non consegnata alla Gabilondo nel range delle 5.000 pattuite, mentre la stessa Gabilondo si impegnava a pagare a parte ogni pistola in più che fosse stata prodotta.

Questa “sinergia” ebbe vita breve: le richieste francesi divennero sempre più pressanti (le “Ruby” erano, tra l’altro, le armi preferite dai “nettoyeurs de tranchées” francesi, quei piccoli nuclei di soldati che svolgevano il compito di incursori nelle trincee avversarie) e ben presto altre fabbrichette si unirono alle precedenti (per un totale di oltre 40, secondo le attuali stime), allargando sempre più il raggio della produzione, che da Eibar aveva ormai coinvolto tutta la regione basca. In questa moltitudine di opifici, alcuni continuarono a lavorare in subappalto per la Gabilondo, altri preferirono proporre direttamente all’estero la loro produzione, sia copiando il modello Ruby, sia ispirandosi alla Victoria “originale”.

Per questa ragione, sotto la denominazione di “Ruby” o pistola “tipo Eibar” ricade un innumerevole quantitativo di pistole semiautomatiche calibro 7,65 browning, con caricatore a 7, 8 o 9 colpi, accomunate solamente dal look generale e dalle soluzioni tecniche di base di ispirazione Browning.

Il rovescio della medaglia di una produzione così dispersa e su base artigianale più che industriale, apparve subito chiaro: le componenti delle armi non erano assolutamente intercambiabili tra un produttore e l’altro, specialmente i caricatori. Per limitare il danno, i francesi pretesero che ciascun produttore apponesse sul telaio delle pistole e sul fondello o sul fianco dei caricatori uno specifico punzone contenente un codice identificativo, in modo da facilitare l’abbinamento del “giusto” caricatore con la relativa arma, e previdero inoltre una dotazione di tre caricatori per arma.

E l’Italia?
Naturalmente anche l’Italia, passata dalla neutralità all’interventismo il 24 maggio 1915, si trovò in condizioni simili a quelle dell’esercito francese. Il nostro regio esercito, come l’alleato d’Oltralpe, decise di rivolgersi alla vicina Spagna per incrementare la disponibilità di armi corte da affiancare a quelle prodotte (Bodeo 1889) dalle fabbriche nazionali o in fase di sviluppo (Beretta 1915 e 15-17). Occorre a tal fine precisare che già allo scoppio della guerra tali armi (pensiamo in particolare alle armi “tipo Victoria”) erano in vendita sul nostro mercato civile, tanto che persino la Beretta le aveva a catalogo (Armi e Tiro, gennaio 2015).

Oltre agli acquisti privati da parte di soldati e ufficiali, con armi prese dal circuito commerciale, anche il ministero della Guerra si occupò dell’approvvigionamento diretto di tali armi, da distribuire agli ufficiali (principalmente) o ai militari di truppa incaricati di servizi particolari (autisti, mitraglieri eccetera) ai quali non fosse possibile provvedere con il revolver 1889 con grilletto pieghevole (la cui produzione fu, comunque, accelerata per quanto possibile). Questi esemplari furono contrassegnati con ben precisi punzoni di accettazione, che consentono ancora oggi agli appassionati e ai collezionisti di identificarle.

Da quanto è stato possibile ricostruire a oggi, senza che sia finora emersa documentazione ufficiale che confermi o smentisca quanto stiamo per esporre, le pistole tipo Ruby che hanno vestito il grigioverde si possono dividere in due macro-categorie: a 9 colpi, che possiamo definire “tipo Ruby” e a 7 colpi, che possiamo definire “tipo Victoria”.

Gli esemplari, relativamente rari, a 9 colpi che ci è stato possibile esaminare e che certamente sono stati ispezionati e accettati dalla Fabbrica d’armi di Brescia, riportano sul lato sinistro del ponticello un punzone di accettazione tipicamente italiano, costituito dalle iniziali dell’ispettore (TM, cioè Mario Turani) in ovale. Proprio quello stesso punzone che si riscontra sulla pistola Glisenti 1910, sui Bodeo Toschi e Castelli prodotti tra il 1911 e il 1913 e sui primi esemplari di un’altra arma che arrivava dalla Spagna, il Revolver Orbea Hermanos in calibro 10,4 mm, meglio conosciuto come “Tettoni”.

Altra caratteristica che troviamo unicamente sulle pistole a 9 colpi accettate dall’arsenale di Brescia è l’apposizione (non sempre!) di una piccola coroncina sabauda, attestante probabilmente il superamento della prova forzata. Molte di queste armi presentano le due stelline a cinque punte punzonate alla base dell’impugnatura, che secondo l’interpretazione prevalente attestano l’accettazione da parte dell’esercito francese, il che suggerirebbe trattarsi di armi girate dall’alleato. Sono comunque noti esemplari che hanno il punzone “TM” ma non hanno le stelline, quindi potrebbero essere di approvvigionamento diretto.

Altro particolare interessante, e insolito, che caratterizza questa fornitura è la presenza su alcuni esemplari di una seconda matricola identificativa dell’arma, che quasi sempre rivela una apposizione “frettolosa” in quanto presenta cifre non allineate e con spaziature differenti, al di sotto di quella di fabbrica (che era apposta sul lato sinistro, sia sul carrello sia sul fusto, anche se sono stati riscontrati esemplari muniti solamente di questa seconda matricola). In tal caso potrebbe trattarsi di una matricola di registrazione apposta dai francesi all’atto della presa in carico, o persino da parte della nostra fabbrica di Brescia (ma non tutti gli esemplari dotati del “TM” ne sono provvisti!).

L’altro ispettore
Ben più facilmente reperibili sul mercato sono gli esemplari “tipo Victoria” a 7 colpi che, pur non avendo il punzone identificativo “TM” in ovale, riportano un altro punzone che si può ricondurre con sufficienze sicurezza al controllo di ispezione da parte della Fabbrica di Brescia, costituito dalle lettere “RP” apposte sempre sul ponticello, ma senza ovale. Tralasciando i numerosi casi di “Victoria” a 7 colpi oggetto di rinvenimento o presenti nei vari musei, che ne sono regolarmente dotati, questa nostra idea viene nuovamente suggerita dal revolver “Tettoni”: infatti alcuni di questi revolver che è stato possibile esaminare riportano, nel medesimo punto in cui su molti esemplari si trova l’indubbio “TM”, il punzone “RP” senza ovale. Guarda caso, proprio nello stesso periodo nella fabbrica d’armi di Brescia era attivo un ispettore addetto al controllo delle armi che punzonava con le medesime iniziali i revolver Bodeo, seppur con una veste grafica differente (e con ovale!). Il medesimo cartiglio, ma ancora in ovale, si ritrova su quei caricatori per la Glisenti 1910 realizzati dalla Beretta nel 1915-16, di rincalzo, nonché su canne e culatte dei ’91 prodotti dalla Mida di Brescia. Dulcis in fundo, anche alcune “Ruby” a 9 colpi, invece dell’ispettore “TM”, presentano il punzone “RP”.

A questo punto la domanda più ovvia è come mai si siano acquistati e distribuiti all’esercito entrambi i modelli di arma, cioè le “Ruby” a 9 colpi e le “Victoria” a 7 colpi, considerando soprattutto che l’esercito francese fece uso del solo modello a 9 colpi. Una possibile soluzione è che i modelli a 9 colpi ci siano stati girati originariamente dalla Francia, attingendo alle scorte di esemplari del modello adottato ufficialmente; con il proseguire del conflitto, probabilmente la Francia avrà detto all’Italia “arrangiati” e l’Italia si sarà rivolta direttamente alla Spagna per mezzo dei noti importatori (Scolari di Roma e Tettoni di Brescia), rastrellando quanto si trovava di disponibile sul mercato. Considerando che le armi tipo “Ruby” erano comunque destinate in regime di quasi monopolio alla Francia, è possibile che fossero disponibili “pronta consegna” solo i modelli Victoria a 7 colpi. Sempre parlando degli importatori, capita talvolta di trovare rari esemplari di pistole tipo “Victoria” che portano impressa sul carrello la scritta “F. Tettoni Brescia”, e di armi così contrassegnate ne è noto almeno un esemplare in versione lusso, dorato e inciso.

La meccanica
Le pistole tipo Ruby ebbero un notevole successo commerciale anche grazie alla loro meccanica, semplice e affidabile che le rendeva vere armi “da guerra”. Certo, a livello estetico o qualitativo, sfigurerebbe a fianco ad una Luger, una Steyr, una Colt o una Beretta… ma in guerra conta l’affidabilità, non la bellezza!

E proprio l’affidabilità e la precisione queste armi, durante le nostre prove, si sono rivelate molto più soddisfacenti di quanto si potesse immaginare. Del resto, sfruttano il già collaudato sistema Browning 1906, con però alcune significative innovazioni, di cui il buon Marengoni della Beretta saprà fare buon uso negli anni seguenti.

Il calibro prescelto è il 7,65 mm Browning, relativamente fresco di invenzione (risale al 1899) ma già ampiamente diffuso in tutta Europa, sia per utilizzo militare, sia soprattutto per difesa personale. Il sistema di vincolo della canna al telaio sfrutta una serie di rilievi semilunari nella parte inferiore della camera di scoppio, che si inseriscono entro corrispondenti sedi nel telaio (Browning docet). La chiusura è ovviamente a massa semplice, con percussione a cane interno. L’innovazione rispetto alle armi di Browning è stata quella di assegnare a una leva posta sul lato destro del telaio, al di sopra del grilletto, la funzione di sicura e di dispositivo di ritegno del carrello in apertura per lo smontaggio, facendo sì che a mantenerla in una delle due posizioni che può assumere sia l’estremità posteriore dell’asta guidamolla (quindi la molla di recupero). Vi ricorda niente? Ebbene sì, è la soluzione adottata anche da Marengoni, già sulla Beretta 1915 ma soprattutto sui modelli 1922, 1931 e 1935 (tanto per citare altre 7,65 mm). Le posizioni della sicura possono trovarsi contrassegnate sia con le semplici lettere “F” e “S”, sia con i termini inglesi “Safe” e “Fire” (per corroborare il dubbio che fossero di provenienza “nobile”…), sia (per le armi destinate in prima battuta all’esercito francese) con i termini “Sur” e “Feu”.

Lo smontaggio è abbastanza semplice: si inserisce la sicura (ruotando verso l’alto la leva), si arretra il carrello finché non resta agganciato alla sicura medesima e quindi, facendo presa su alcune piccole scanalature poste vicino alla volata, si ruota la canna di circa 120° gradi in senso orario; in tal modo si svincolano i tenoni posti sulla canna stessa dalle apposite fresature praticate nel fusto. A questo punto, rilasciata la sicura, si permette al carrello di avanzare, si ruota nuovamente la canna in direzione opposta permettendone l’estrazione in avanti.Anche il carrello, non avendo più vincoli, viene fatto scorrere sulle sue guide e liberato dal fusto.

Una volta scomposta l’arma, ci si rende conto della sua estrema semplicità costruttiva ma anche di una certa “avanguardia” progettuale. Tanto per fare un esempio, nella maggior parte dei casi la molla di recupero è prigioniera del guidamolla: i sistemi per raggiungere questo scopo sono diversi, ma ce n’è almeno uno che presenta le medesime caratteristiche che si ritrovano nella Beretta 1915 (almeno, nella prima variante di questo componente) e, per quanto riguarda alcuni cloni “Victoria”, il guidamolla è persino di tipo telescopico con ammortizzatore di rinculo incorporato (un secolo prima della Glock Gen 4…). Altra finezza, la leva di sicura-smontaggio è dotata di un piolo che ne impedisce la fuoriuscita fortuita durante lo smontaggio ordinario, l’unico modo per estrarla è quello di smontare la guancetta, solo allora sarà possibile ruotare la leva in modo da far coincidere il piolo con una apposita cava. Qui si dimostra la capacità di Marengoni di copiare l’esistente semplificandolo, l’inventore gardonese infatti preferì sopportare il rischio che la chiavetta potesse andare perduta durante lo smontaggio, semplificando però per contro notevolmente le lavorazioni.

La principale differenza tecnica che distingue le “Ruby” dalle “Victoria”, oltre all’ovvia differenza di colpi contenuti nel caricatore (9 contro 7), consiste anche nell’uso di due distinti sistemi di disconnessione della catena di scatto (per sparare a colpo singolo e non a raffica). Nelle “Victoria”, infatti, il disconnettore è a scappamento, soluzione che sarà adottata pari pari da Marengoni sulle Beretta 1915 e 15-17; nelle Ruby, invece, la catena di scatto viene disconnessa dal dente di scatto dal movimento retrogrado del carrello (soluzione che Marengoni adotterà, per esempio, sulle Beretta 1923, 1931, 1935 eccetera). Con l’unica differenza che nelle pistole “Ruby” il piolo abbassato dal carrello è realizzato a parte rispetto alla catena di scatto (scorre in una sede a coda di rondine), mentre nelle Beretta 1923, 34 eccetera è un pezzo unico a “T” rovesciata. Un altro caso di talento semplificatore del buon Marengoni!

Conclusioni
Fino a poco tempo fa, queste pistole sono state considerate solamente “ferro vecchio”, un inutile fardello che occupa spazio tra le armi comuni e non merita alcuna considerazione dal punto di vista storico o collezionistico. Tralasciando le soluzioni di funzionamento alle quali un certo Tullio Marengoni pare decisamente aver attinto per la realizzazione dei suoi capolavori, dal solo punto di vista dell’importanza storica, le pistole del tipo “Ruby” e “Victoria” contrassegnate con i punzoni di accettazione italiana hanno contribuito in maniera umile, ma fondamentale, alla Vittoria del Piave (erano giustamente apprezzate anche dagli arditi), prestando nuovamente il loro servizio durante la guerra civile spagnola, la guerra d’Africa, la seconda guerra mondiale, la guerra civile, sia in mano repubblichina sia partigiana. Purtroppo, non sono note fonti ufficiali relative al quantitativo totale fornito (si parla di circa 230 mila esemplari, ma è tutt’altro che confermato), né tantomeno appare possibile, al momento, eseguire un censimento dei singoli produttori che abbiano effettivamente fornito le loro armi all’esercito italiano, con le rispettive quantità. È dubbio, tra l’altro, che vi sia stata effettivamente una adozione ufficiale, visto che sul catalogo materiali del gruppo C degli anni successivi al conflitto si parla genericamente di “pistole di modello spagnolo”, laddove per esempio il revolver Tettoni è gratificato da un “modello 16”. Accontentatevi di andare a caccia di “RP” e “TM”…

L’articolo completo su Armi e Tiro di giugno 2015.

 

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Fonte: armietiro
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