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Sottrazione dell’arma alla Gpg: un problema mai davvero affrontato
In ambito sanitario e, in particolare, nei pronto soccorso non si fanno i conti solo con la diffusa aggressività dell’utenza nei confronti dei sanitari. La cronaca recente ci riporta la notizia della sottrazione della pistola, per fortuna senza conseguenze, operata presso il pronto soccorso di Massa da parte di un paziente psichiatrico, ai danni di una guardia giurata.
Ironia della sorte, pochi giorni fa un noto social media mi ha ricordato che esattamente 6 anni or sono pubblicammo un contributo in tre uscite dedicato alla protezione e anti-sottrazione dell’arma.
Da allora, però, di strada nella prevenzione e gestione di un evento del genere non sembra esserne stata fatta molta.
L’episodio
Nelle prime ore del mattino del 25 agosto, al pronto soccorso dell’ospedale Apuane di Massa, un paziente psichiatrico di 34 anni ha sottratto la pistola a una guardia giurata.
La dinamica della sottrazione non viene narrata. Ciò che trapela è che, una volta presa l’arma, l’aggressore avrebbe iniziato a minacciare le circa venti persone presenti in pronto soccorso e che per fortuna, mentre i sanitari sono riusciti a mettere in sicurezza i pazienti e ad avvisare le Forze dell’ordine, la guardia e un collega sono riusciti a riprendere possesso dell’arma.
Pare, inoltre, che il direttore dell’ospedale abbia annunciato una “valutazione interna sull’episodio “e l’intenzione di chiedere riscontro formale all’istituto di vigilanza presso cui presta la propria attività la Gpg in questione”, aspetto sul quale torneremo alla fine di queste riflessioni.
Valutazione del rischio: probabilità e impatto
La casistica di questo genere di eventi, per fortuna, non è a oggi così nutrita. Ciò non toglie, però, che le potenziali conseguenze della sottrazione di una pistola a un portatore in divisa siano potenzialmente di una gravità tale da imporre di mettere mano al problema.
Come è noto, infatti, ogni rischio è il prodotto della probabilità di accadimento di un dato evento e dell’eventuale danno (o impatto) conseguente, nel caso di suo avveramento, secondo la nota formula R = P x D.
Quanto alla probabilità, se i casi di sottrazione di armi portati a termine fortunatamente non sono ancora moltissimi, è anche vero però che i tentativi di sottrazione, con le mani che si allungano verso le fondine, sono ormai presenti in un numero elevatissimo di colluttazioni nelle quali vengono coinvolti gli operatori della sicurezza, circostanza che solo qualche anno fa non veniva registrata.
Ed è ovvio che il numero dei tentativi abbia un grande peso e vada considerato dall’analista del rischio. I cosiddetti near miss accident (incidenti “quasi successi”), infatti, presentano tutte le caratteristiche dell’evento portato a termine al quale è mancata, spesso per puro caso fortuito, solo la conseguenza dannosa.
Ma quante volte un’arma è stata effettivamente sottratta senza, per fortuna, essere stata impiegata subito dopo? E ancora, quante volte le mani si sono allungate verso la fondina nel tentativo, per fortuna non riuscito, di sottrarla?
Evento-ponte tra aggressione individuale e strage
La sottrazione dell’arma a un portatore in divisa, con modalità di porto esterno e arma “a vista” può rappresentare una ghiotta occasione per una vasta tipologia di soggetti e accadere in una vasta gamma di situazioni. Solo per stare a qualche esempio:
- Può aumentare paurosamente la potenzialità offensiva di uno scenario di eventuale attacco – anche terroristico – nel corso del quale un’azione, pianificata o semplicemente facilitata dalle circostanze, parte a costo zero con un’aggressione a mani nude o con coltello e culmina con un assalitore armato potenzialmente di una pistola semiautomatica rifornita con 15 o più cartucce. È capitato numerose volte, per fortuna nella maggior parte dei casi senza gravi conseguenze, per lo più a causa dell’incapacità tecnica dell’assalitore di mettere l’arma sottratta in condizioni di sparare.
- Può nascere come una “bravata” da parte di personaggi della più svariata natura che, magari offuscati dall’effetto di sostanze, abituati a un sistema di risposta e repressione pari a zero e invogliati dalle circostanze, allungano le mani verso la fondina e finiscono con il ritrovarsi una pistola in mano.
Proprio come nel caso del disarmo che subì pochi anni fa un operatore della Polizia Locale di Milano, intervenuto a interrompere un gruppo di “graffitari” e al quale fu tolta l’arma che inspiegabilmente aveva estratto…
- Può diventare una pericolosissima abitudine per chi, come le bande di criminalità etnica quali le gang nord-africane denominate (con inaccettabile addolcimento linguistico) “maranza”, non ha timore ad affrontare, in grandi gruppi, pattuglie isolate delle forze di sicurezza e sono espressione di enclavi sempre più impenetrabili da parte dello Stato, su modello delle banlieu francesi e belghe.
- Può riguardare soggetti psichiatrici, come nel caso di Massa. La categoria non va sottovalutata poiché si tratta di una fetta importantissima della popolazione. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che tra i pazienti che vivono patologie di portata psichiatrica (diagnosticate e curate o meno) vi sono tutti soggetti che hanno sviluppato dipendenza da alcol e stupefacenti e dunque, nella società di oggi, un numero… stupefacente!
Cosa si può fare/1: Le fondine
È chiaro che la prima protezione dell’arma conto il rischio di sottrazione è rappresentata dalla fondina, che deve essere in grado in ogni circostanza di resistere almeno ai primi tentativi di presa. L’attuale impianto normativo, però, onera ancora le Gpg della scelta e acquisto personale di arma e fondina.
Oltre al problema della competenza nella scelta di un prodotto che abbia le caratteristiche idonee allo scopo per cui deve essere utilizzato, vi è un evidente ed enorme problema di costi: il lavoratore non formato opterà sempre per il prodotto meno costoso.
Ecco allora che per le strade si vedono ancora fondine nate per uso interno ai pantaloni portate all’esterno e chi più ne ha più ne metta. Senza contare, sull’altro versante, le fondine vendute come “tattiche” solo perché di colore nero, ma di fatto prive di ritenzioni o comunque realizzate in plastica (e non in idonei tecnopolimeri) priva di qualsiasi caratteristica tecnica di resistenza allo strappo, agli agenti atmosferici, al lavoro e affaticamento prolungati e così via. Sul web, però, si trovano a 10 euro consegna compresa…
Vi è, poi, un problema di certificazione dei materiali. Una miriade di prodotti, che concorrono alla tutela della salute e sicurezza dell’operatore, necessitano per norma di certificazioni e presentano precise date di scadenza. È il caso, per esempio, di guanti antitaglio, di giubbotti antiproiettile, persino dei gilet ad alta visibilità: perché le fondine no?
Ne parlammo già in occasione della tragedia della Questura di Trieste, ma poco è cambiato.
Cosa si può fare/2: La formazione
È evidente, poi, che gli operatori armati debbano ricevere un’adeguata formazione non solo sull’eventuale uso difensivo dell’arma, ma anche in tema di modalità di porto e protezione, sia in termini di prevenzione sia di concreta protezione nel caso di un effettivo tentativo di sottrazione.
Il D.M. Int. 269/2010, con tutto ciò che ne è disceso e conseguito, ha rappresentato una concreta svolta nella regolamentazione dell’attività di vigilanza privata, arrivando a normare anche la formazione delle Gpg, sia al momento dell’immissione in servizio sia in termini di formazione continua obbligatoria. Ovviamente, nell’occasione del 2010 il normatore, pur mantenendo il grande merito di prevedere l’obbligatorietà della formazione, non è potuto arrivare fino a dettagliarla a questo livello. In questo senso occorre mettere mano alla disciplina.
Quanto previsto per norma, poi, nella quotidianità spesso resta lettera morta… dunque occorre mettere mano anche alla verifica della effettività dell’adempimento degli obblighi di legge in tema di formazione.
Cosa si può fare/3: Gli obblighi del datore di lavoro
Siccome, come è noto anche nella saggezza popolare, i problemi nascono in alto per rotolare fino a valle, sembrerebbe opportuno porre a carico dell’Istituto di vigilanza datore di lavoro una serie di adempimenti utili a mitigare il rischio in questione.
Si potrebbe, per esempio, domandare al datore di lavoro quali rischi per la salute e sicurezza del dipendente abbia mappato nel suo Dvr (documento di valutazione dei rischi), come li abbia valutati e quali strumenti di mitigazione abbia inteso adottare… ha previsto il rischio aggressione individuale? E il rischio di sottrazione dell’arma?
Si potrebbe, poi, fare un passo indietro nella concessione che all’epoca fu fatta al datore di lavoro e che consiste nel porre a carico della Gpg la scelta e l’acquisto di arma e fondina. Porre questo onere a carico del datore vorrebbe dire lasciare a lui la selezione del materiale, con conseguente responsabilità anche in caso di scelta inopportuna, oltre che i relativi costi.
Insomma, anche relativamente al rischio di sottrazione dell’arma, non è più possibile lasciare le cose invariate e parlare di disgrazia isolata allorché dovesse accadere qualcosa di grave. Così come non è più ragionevole scaricare sulle spalle dell’operatore questa enorme responsabilità.
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Fonte: armietiro
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